Relazioni tenute al MEIC di Reggio Calabria il 29 e il 30 maggio 2010 (Prima Parte)

Prima relazione
I Padri della Chiesa e l’uso dei beni

Premessa
L’uso dei beni nel N. T.

Nel N T la povertà è vista nel suo valore più alto, è la prima delle beatitudini: “Beati voi poveri..” (Mt 5,1-12 e Lc 6,20-23). La ricchezza, valutata in una posizione diametralmente opposta, è oggetto di condanna: “ma guai a voi ricchi..” (Lc 6,24-25). Infatti non si può servire a due padroni: Dio e mammona (parola conservata in lingua aramaica= ricchezze). Le ricchezze, con tutte le preoccupazioni e i piaceri che provocano, distolgono dall’invito al banchetto nuziale (Lc 14,18-19) e il denaro è come un tiranno che soffoca la parola del Vangelo (Mt 13,22).

Nei Vangeli troviamo anche dei passi dove la critica alla ricchezza viene attutita e dove è riconosciuto il valore dei beni terreni (Lc 18,29-30: dove Gesù promette ai discepoli il centuplo sulla terra; Cfr anche Mt 5, 42 dove Gesù insegna che il denaro prestato non deve essere richiesto indietro, presupponendo che vi sia chi lo possiede). Nel Vangelo di Luca si insiste sui pericoli delle ricchezze (Lc 1,52-53; 6,20.24-25; 8,14; 12,13-21.32-34; 14,12-14.15-24; 16,12-13.19-31; 18,18-30; 19,1-10; 21,14).

La pagina di Matteo sul giudizio universale diventa come la sintesi della valutazione di Gesù sul rapporto povertà ricchezza: il povero è il segno della presenza di Cristo in mezzo agli uomini, un segno universale e permanente.

Se dai Vangeli passiamo agli Atti, vediamo che la centralità di Cristo povero è alla base del progetto di vita della comunità cristiana di Gerusalemme là dove la comunione dei beni è la conseguenza della scelta libera della povertà (At 5,4). La libertà, secondo l’Apostolo Paolo, viene da Cristo che sottrae il credente dal peso delle imposizioni legali. La povertà entra, allora a far parte dell’annuncio cristiano e si radica nel mistero pasquale della kenosi di Cristo, il quale non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita per gli uomini.
I Padri della Chiesa hanno articolato uno stile di vita, anzi tutto, e poi un insegnamento sull’uso dei beni terreni, a partire da questi capisaldi del NT .
L’occasione dell’approfondimento e puntualizzazione su questi temi vengono dati di volta in volta da testi biblici dell’A.T e del N.T
In particolare sono oggetto di ripetute interpretazioni e commenti omiletici soprattutto pericopi evangeliche come quella del giovane ricco (di cui ci occuperemo), del ricco epulone e del povero Lazzaro, l’episodio di Zaccheo (Lc 9, 1-10), la parabola del ricco stolto (Lc 12, 16-21) ed altre ancora.
Il loro insegnamento ha profondamente inciso nella società antica greco romana, per la quale i poveri non erano un problema, per il semplice fatto che non rientravano nelle categorie culturali del tempo. In un certo senso è stato il cristianesimo a “inventare” la povertà, nel senso di aver scoperto la povertà e averne evidenziato le antinomie: da una parte la povertà come male sociale da sconfiggere, dall’altra parte la povertà come scelta volontaria di vita. Si può dire che il cuore del cristianesimo sia nella duplice espressione: seguire Cristo povero, aiutare Cristo povero[1].
La cura che la Chiesa riservava ai poveri si presentava agli occhi dei pagani come un fatto nuovo, pressoché sconosciuto nella loro società. Nel mondo greco-romano vigeva la prassi delle donazioni alla comunità pubblica da parte di ricchi cittadini, che, in tal modo, contribuivano a migliorare le condizioni generali della loro città e diventavano oggetto di pubblica stima e ammirazione. Non esistevano aiuti a singole categorie di cittadini. “L’amore per i poveri,  osserva  Peter Brown, non si sviluppò naturalmente dagli ideali di beneficenza pubblica che avevano dominato le menti e determinato le azioni dei pubblici benefattori ai tempi dei Greci e dei Romani”[2].
L’amore verso i poveri, una prassi di vita nata e praticata all’interno della comunità ecclesiale,   era destinato a diventare una categoria culturale anche fuori della Chiesa e avrebbe permeato il tessuto della società tardo antica. Grazie agli effetti dell’azione caritativa della Chiesa, si era attutito il divario tra i diversi strati della popolazione. Attraverso una costante e appassionata predicazione, i Padri inducevano non pochi  ricchi ad avere cura dei più poveri. Questo gesto, con il suo alto valore simbolico, contribuiva a dare coesione all’intera società[3].
Dopo questa premessa, vediamo brevemente come il tema dei beni terreni è stato trattato da alcuni Padri vissuti prima di Agostino, soprattutto attraverso la pericope del giovane ricco

Clemente Alessandrino (150 -215)
Il primo autore cristiano, fuori del Nuovo Testamento che affronta con ampiezza di orizzonte la questione dell’uso dei beni è Clemente Alessandrino, nell’opera Quis dives salvetur, tutta dedicata alla pericope di Mc 10,17-31 (l’episodio del giovane ricco). Per la prima volta nella Storia della Chiesa viene prodotta una riflessione organica sul rapporto dei cristiani con la ricchezza.
La posizione assunta da Clemente su tale questione è stata oggetto di differenti valutazioni. C’è chi ha voluto fare di Clemente il precursore del comunismo per il riferimento a Dio come unico proprietario dei beni da cui consegue la condivisione e la comunione dei beni e non l’esclusivo possesso[4]. Altri considerano Clemente il precursore del capitalismo a motivo della interpretazione allegorizzante del brano che si risolve, secondo costoro, in una sostanziale difesa dei ricchi[5].
L’interpretazione che ne dà Clemente risulta, nel suo insieme, più complessa e più articolata di quanto non appaia ad una lettura veloce. E’ di fondamentale importanza tener presente l’uditorio a cui si rivolge il nostro Autore; si tratta di cristiani benestanti che si pongono drammaticamente il problema della compatibilità della vita cristiana con le ricchezze[6].
Ed ecco il messaggio che proviene da Clemente Alessandrino. I ricchi chiamati alla fede non siano scoraggiati, ma siano aiutati a sperare nella salvezza esercitandosi, come gli atleti, all’osservanza dei comandamenti[7]. I ricchi devono evitare di disperarsi considerando la salvezza preclusa nei loro confronti; la disperazione impedisce di vivere la vita cristiana come una gara[8].
L’attenzione di Clemente si orienta in definitiva sul buon uso della ricchezza, le cui modalità e finalità vengono puntualmente chiarite: dare ai poveri significa aiutare chi ti introdurrà nelle eterne dimore. In definitiva è il povero il tuo vero benefattore:
“…infatti non è stato dato ordine di accogliere, ma a te è stato
dato ordine di offrire”[9].
In conclusione Clemente nel Quis dives salvetur mostra di essere critico con coloro che propugnavano una interpretazione letterale della pericope e nello stesso tempo sente il bisogno di offrire una speranza ai ricchi cristiani. E, dunque, preoccupato a dimostrare come vi è un uso legittimo della ricchezza che è compatibile con il possesso della stessa e che non preclude la salvezza eterna. Nello stesso tempo egli sottolinea il distacco spirituale dai beni terreni che porta al prendersi cura dei bisognosi.

S. Giovanni Crisostomo

L’attenzione ai poveri e la denuncia della ricchezza accumulata con il sopruso è una costante nella vasta produzione letteraria del Crisostomo. In realtà non è la ricchezza ad essere un problema ma l’avarizia, cioè l’attaccamento servile ai beni terreni[10]. Il primo passo da fare è ricordare che le ricchezze terrene, paragonate a quelle celesti, manifestano tutta la loro precarietà e provvisorietà. Il secondo passo che occorre fare è donare ai poveri. Anche il Crisostomo, come Clemente, indica nell’elemosina la via della salvezza del ricco:
“Come è possibile dunque che il ricco si salvi? Possedendo
le cose che gli appartengono, in comune con i bisognosi, come
faceva Giobbe, e delimitando la bramosia del guadagno in modo
che non si vada oltre quello che è necessario”[11].
Se non si è disposti a distaccarsi dai propri beni, non si è neppure disposti a dare la vita per Cristo. Anche  il Crisostomo sviluppa il tema del rischio di lasciarsi imprigionare dai beni terreni. In realtà, il ricco è anch’egli un povero in quanto è dominato dalle proprie ricchezze. Il cristiano deve seguire l’esempio degli Apostoli, che, avendo lasciato ogni cosa, sono invitati dal Signore a combattere ogni genere di passioni.

S. Basilio (329-379)

L’impegno a favore dei poveri è largamente presente nel ministero del vescovo di Cesarea. Ad un’intensa attività di approfondimento teologico e di mediazione pastorale per il ristabilimento dell’unità e della comunione delle Chiese d’Oriente, lacerate dall’arianesimo, Basilio unisce un’interrotta attività caritativa a favore delle categorie sociali più povere, a causa delle guerre, delle carestie e dei soprusi dei potenti.
Con velata e affilata ironia,  Basilio descrive la insensata quantità di beni di cui si circonda il ricco: quante più cose sono impegnate nella sua vita giornaliera, tanto più esse sono inutili[12]. Il vescovo di Cesarea, considera le parole di Gesù: E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli, come  una conferma al fatto che non varrà a nulla che il ricco digiuni e preghi se non elargirà il suo aiuto ai poveri:
“Pertanto il giudizio è evidente, e veritiero chi lo dice;
ma pochi ne sono persuasi”[13].
Il giudizio di Dio non è in riferimento alla ricchezza ma alla sua amministrazione. Il ricco che si rattrista nel dover vendere le sue sostanze per venire in soccorso dei poveri dimostra una spaventosa incapacità nel valutare i veri proventi delle sue ricchezze:

“Tu quando affidi l’oro, quando vendi un cavallo non diventi triste;
quando invece abbandoni cose periture, per ricevere in cambio il regno
dei cieli, piangi e respingi chi chiede l’elemosina e rifiuti l’elargizione inventando
infinite scuse di spese”[14].
Nel corso dell’omelia citata, Basilio si sofferma, con animo indignato, ad evidenziare tutta la vacuità e inutilità della ricchezza ostentata nell’abitazione e nell’abbigliamento del ricco, il cui sfarzo esteriore non può coprire la rozzezza della sua anima e lo rende falso e impacciato nei confronti del povero che sulla sua soglia di casa implora aiuto. Nei confronti di costui il giudizio finale sarà duro:
“Non hai usato pietà, non troverai pietà; non hai aperto la casa, sarai
scacciato dal regno; non hai dato il pane, non otterrai la vita eterna”[15].

S. Ambrogio (340-397)

Il pensiero di Ambrogio sul rapporto povertà ricchezza è espresso con particolare efficacia nel De Nabuthae, che può essere considerato, per tutta la Chiesa antica, l’opera più completa e più severa sul tema del cattivo uso delle ricchezze, in particolare della ricchezza che si trasforma in avidità e oppressione. Il De Nabuthae non è un’opera esegetica; l’episodio di Nabot è solo il punto di partenza per una trattazione approfondita, una vera e propria catechesi, sul tema della ricchezza. In quest’opera, molto ben curata sotto il profilo letterario, il vescovo di Milano fissa i tratti caratteristici del ricco prepotente alla luce del diritto naturale e della Parola di Dio. Il ricco, in realtà, è il vero povero; il povero è povero ingiustamente; il ricco è povero per sua colpa[16], non è mai sazio di ricchezze, [17] è infelice e invidioso[18], è demente[19] e superbo[20].

Pelagio.(354/360 – 420)

Nel De divitiis[21]Pelagio sostiene categoricamente l’incompatibilità tra le ricchezze e la scelta di vita cristiana. In questo scritto viene superata la distinzione tra significato oggettivo e soggettivo della ricchezza. L’eccedenza dei beni, per Pelagio, provoca inesorabilmente l’attaccamento del cuore ad essi. Pelagio minimizza il fatto che anche il povero possa essere avaro. I beni non sono in sé un male, lo è il loro accumulo.
Pelagio nel suo trattato smonta le tesi secondo cui le ricchezze vengono da Dio. Non è possibile, infatti, che esse siano dono di Dio in quanto la loro origine è l’ingiustizia. All’obiezione secondo la quale fu Dio a rendere ricco Abramo, Pelagio risponde e ribadisce che non il possesso ma l’origine delle ricchezze non è da Dio. E, comunque, come per le altre realtà dell’antica alleanza, Dio fa proprio ciò che è originato dalla volontà umana e fa della ricchezza concessa ai Patriarchi una prefigurazione. E come tutte le prefigurazioni dell’A. T. anche la ricchezza cessa la sua funzione con l’avvento della nuova alleanza. Dal momento che Cristo ci ha dato l’ordine di vivere sul suo esempio, non ha più senso vivere secondo l’esempio di Abramo[22].
A questo punto dell’opera, Pelagio introduce l’episodio del giovane ricco, che diventa il testo di riferimento per la riflessione successiva[23]. Egli è fermamente convinto che le parole di Gesù rivolte al giovane ricco debbano essere prese alla lettera così come il testo di Luca 14,33: Se uno non rinunzia a tutto quello che possiede, non può essere mio discepolo. Per Pelagio sono pretestuose quelle interpretazioni che restringono ai soli Apostoli l’invito di Gesù a lasciare tutto.
Pelagio passa poi a confutare un’altra tesi, secondo cui, l’uso della ricchezza consentirebbe ai cristiani di praticare le opere di solidarietà e di misericordia. Le ricchezze, sempre secondo tale tesi, sarebbero compatibili con la vita cristiana e senza di esse non sarebbe possibile accogliere i poveri, dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati. La risposta di Pelagio è, a dir poco, fulminante:
“Non capiscono che la ragione per cui gli uni sono nel bisogno è che
gli altri posseggono il superfluo. Togli di mezzo il ricco e il povero
non lo troverai più. Che nessuno possegga più di quel che è necessario
ed allora tutti avranno il necessario. I pochi ricchi infatti sono la causa
dei molti poveri” [24].
Pelagio, al contrario dei Padri, si pone il problema dell’origine, nella società, della povertà, che è da addebitare all’accumulo della ricchezza nelle mani di pochi[25].
Ma anch’egli è convinto della necessità che occorre praticare le opere di misericordia e che ciò non può avvenire senza possedere dei beni. Pelagio ha riflettuto su come conciliare la prassi della solidarietà, del dare a chi è più povero con quella del non possedere ricchezze. Egli trova la soluzione nelle due categorie dei fedeli: quella dei catecumeni e dei battezzati. Le due categorie, da due popoli tendono a diventare un unico popolo, in due tempi o in due gradi: quello della misericordia e quello della perfezione. Finché si è catecumeni si può essere in possesso di ricchezze solo allo scopo di praticare la solidarietà. In tal modo, nella Chiesa, si continuerà sempre a soccorrere i poveri e i bisognosi perché sempre ci saranno catecumeni. Una volta ricevuto il battesimo, si giunge al livello della perfezione ed è allora che il cristiano deve disfarsi delle sue ricchezze, sicuro che il campo della solidarietà non resterà vuoto[26].
La passione di ricchezza, dall’altra parte, è la fonte di tutti i mali: furti, rapine, omicidi, lussuria; si arriva perfino ad ammazzare i propri genitori. E, infine, quale ricco non è anche arrogante, insolente, superbo e presuntuoso? Il profilo nettamente negativo del ricco continua: in genere il ricco respinge il povero, lo offende, non permette che egli parli, quasi fosse permesso parlare solo a lui. Il quadro a tinte fosche sul ricco, per Pelagio, scaturisce direttamente dalla valutazione di Cristo stesso, allorquando, nell’episodio del giovane ricco, dopo il rifiuto di quest’ultimo a seguirlo, pronunciò la famosa frase: E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli (Mt 19,24). Questo testo per Pelagio è la prova inequivocabile di ciò che Cristo pensa dei ricchi. Con sarcasmo osserva:
“Che bisogno c’è di indugiare a lungo nelle discussioni di fronte
ad un testo così perspicuo? Basta ammonire i ricchi perché sappiano
che giungeranno a possedere la gloria celeste solo nel caso in cui
trovino un ago così grande che permetta ad un cammello di passare
per la sua cruna, o un cammello così piccolo che riesca ad infilarsi
anche nella cruna dell’ago più piccolo”[27].
Pelagio squalifica in modo risoluto le interpretazioni allegoriche dell’immagine del cammello e della cruna dell’ago fatta propria da alcuni Padri della Chiesa[28].
Dopo aver minuziosamente esposto la propria interpretazione esegetica dell’episodio del giovane ricco, Pelagio, in chiusura del trattato, indica alcune conclusioni a livello esortativo, abbassando notevolmente il tono della polemica e dell’ironia. Egli invita, anzitutto a convincersi che è impossibile poter osservare i comandamenti senza rinunciare alle ricchezze. Queste ultime non sono peccato ma occasione di peccato[29].
Qualora possa esistere un ricco, divenuto tale in modo onesto, che pratica l’elemosina, non potrà, tuttavia, essere di buon esempio agli altri, i quali, solitamente, in un ricco non guardano la provenienza e l’uso dei beni bensì le ricchezze in quanto tali. Le ricchezze, in ogni caso, danneggiano la vita cristiana. Da tutto quanto detto fin ora,  potrebbe dedursi che il cristiano debba avere in odio le ricchezze. Ma la proposta di Pelagio è ben altra:
“ Io ti esorto al contrario ad amarle! Tutto quello infatti che ciascuno
ama con fedeltà, desidera restarne proprietario non solo temporaneamente,
ma per sempre. Se tu ami il tuo patrimonio, fa in modo di poterlo conservare
a titolo di eredità perenne. E se questo ti preme farlo sul serio, finché ne hai
tempo, trasferiscilo dalla terra al cielo; tutto quello che rimarrà in questo
mondo, infatti, con la fine del mondo va incontro alla distruzione”[30].
Pelagio interpreta in tal modo le parole di Gesù al giovane ricco: Va, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli. In questo mondo siamo dei pellegrini, gente di passaggio. Nel tempo del pellegrinaggio noi dobbiamo desiderare con tutto il nostro impegno solo quei beni che possiamo portare con noi in cielo[31].
Il trattato termina con un elenco di ricchezze di cui ogni cristiano deve essere provvisto per entrare nel regno dei cieli:
“Siamo pure ricchi e ben provvisti, ma di buone azioni, di comportamenti
santi e pii, e riempiamo lo scrigno del nostro corpo con l’oro della santità
e l’argento della giustizia. .. Acconciamo la nostra anima, e perché appaia
bella agli occhi di Dio, dipingiamola con tutti i colori della giustizia”[32].
In conclusione, Pelagio, a proposito della pericope del giovane ricco, propone una interpretazione letterale, così come il testo si presenta con tutta la sua semplicità e immediatezza. L’esegesi più aderente al testo rimane la stessa vita povera di Cristo, di cui il cristiano,  per essere un discepolo, deve farsi imitatore.

Conclusione

L’insegnamento dei Padri, nei confronti dei beni terreni, in linea con quello della chiesa primitiva, va letto in chiave di storia della salvezza e non di storia delle dottrine economiche o politiche, come verrebbe la tentazione a qualcuno di fare.

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[1] Sul rapporto  Chiesa e povertà, cf M. FARINA, Chiesa di poveri e Chiesa dei poveri, Las Roma 1988; G. BONI, Chiesa e povertà. Una prospettiva giuridica, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2006.

[2] P. BROWN, Povertà e leadership nel tardo impero romano, Laterza, Bari  2003,  p. 9.

[3] Ivi, pp. 10-11.

[4] Cf L. BRENTANO, Die Wirtschaftlichen. Lehren der christlichen Altertums, Monaco, 1902, pp. 150-152.

[5] Cf G. WALTER, Les origines du comunisme judaiques, greques, latines, Paris 1931, p. 181.

[6] Cf M. G. MARA (a cura di), Ricchezza e povertà nel cristianesimo primitivo, Città Nuova, Roma, p. 35.

[7]Cf Q. div. s. 3,1-6, a cura di S. CIVES, S. Paolo, Cinisello Balsamo(Mi), 2003, pp. 23-25.

[8] Cf Ivi.

[9] Ivi, 32,5, op. cit., p. 67.

[10] Cf De statuis 2,5: PG 49, 39-42.

[11] In Matth. 74,5: PG 58, 685-686.

[12] Cf. In divites 2: PG 31, 284-285.

[13] Ivi.

[14] Ivi, 3: PG 31, 288.

[15] Ivi, 4: PG 31, 292.

[16] De Nab. 6,29-31, Biblioteca Ambrosiana VI, Città Nuova Editrice, Roma 1985, pp. 153-155.

[17] Ivi, 2,4-9, op. cit., pp. 135-139.

[18] Ivi, 2,6-10, op. cit., pp 137-139.

[19] Ivi, 3,11-4.18, op. cit., pp. 139-143.

[20] Ivi, 13, 54-57, op. cit., 175-179.

[21] Tr. it., Può un cristiano essere ricco?, a cura di C. SCAGLIONI, Cens, Milano 1987.E’ il testo a cui faremo riferimento.

[22] De div. VII,1 – IX,5, op. cit., pp. 51 – 70.

[23] De div. X,2. op. cit., pp. 71-72.

[24] De div. XII,2, op. cit., p. 93.

[25] La constatazione di Pelagio, secondo il quale la causa della povertà dei molti è la ricchezza di pochi, sembra concordare con le cause della povertà di oggi, a livello mondiale.  Infatti, secondo le stime più diffuse, l’80 per cento dei beni della terra sono nelle mani del 20 per cento dell’umanità e l’80 per cento dell’umanità vive con il restante 20 per cento dei beni.

[26] De div. XII,4-6, op. cit., pp. 94-96.

[27] De div. XVIII, 1, op. cit., p. 112.

[28] Ad esempio, Ilario e Ambrogio.

[29] De div. XIX,1-3. pp. 124-130.

[30] De div. XIX,4, p. 133.

[31] Cf Ivi, pp. 134-135.

[32] De div. XX, 5, p. 141.

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